IL MONDO È PERDUTO E IL DOTTOR SMITH NON HA ANCORA SCOPERTO LE CURE ADEGUATE

(la foto è di Kimberly Ross)

Le elucubrazioni di Robert Smith, il deus ex machina degli inglesi THE CURE, riguardo ad un nuovo album, adesso finalmente disponibile, sono durate sedici anni rispetto al precedente. Nel frattempo comunque non hanno abbandonato l’attività concertistica, approfittandone anche per celebrare il quarantennale (glorioso anziché no) dall’uscita del loro iconico primo LP ” 3 Imaginary Boys”. Hanno recentemente intrapreso vari tours con concerti che sfioravano le quattro ore (alla faccia di Springsteen). Ne sono conseguite delle ottime testimonianze. Questo nuovo SONGS OF A LOST WORLD sembrava un miraggio per gli estimatori, perché già più volte procrastinato. Ora l’agognato parto discografico è alla nostra portata e addirittura destinato, a quanto pare, ad avere un seguito a breve. Per ricominciare a sperare nell’indefinito. Ma il presente è qui rappresentato da un disco compatto e contrassegnato da una coerenza musicale che si manifesta clamorosamente in alcuni epocali episodi. Già con l’iniziale ALONE si delineano le coordinate sonore dell’opera, dove si evidenzia il lato cupo e oscuro della band (è innegabile che siano rimasti i più autorevoli rappresentanti del dark rock). Le derive pop commerciabili qui sono abolite con argomentazioni che non smentiscono l’allure generale. Oltre al leader maximo depresso ROBERT SMITH abbiamo tra gli altri gli inossidabili SIMON GALLUP al basso e JASON COOPER alla batteria e un ex chitarrista di David Bowie a garantire il caratteristico ipnotico muro del suono. I brani sono spesso introdotti da lunghi strumentali tastieristici. Notoriamente il nostro Bob non è mai stato un allegro dispensatore di ottimismo con reiterate considerazioni sulla assenza di un senso e l’inesorabile progressivo svanire dei sogni e speranze, dedicando anche un accorato brano alla morte del fratello. Il tema della solitudine è ricorrente perché ci informa che non puoi fare niente per combattere la fine. L’andamento del disco è però alleggerito anche da alcuni azzeccati ritornelli a contrastare marziali bordate quasi industrial con il predominio dell’elettronica. Non tralasciando di ricordarci che siamo ormai androidi sotto un controllo assoluto, Ve lo siete voluti e bem vista. La conclusiva END SONG è la definitiva dichiarazione che spegne una flebile luce, perché “It’s all gone”. Tra i pensieri individuiamo altre perle: che stiamo tutti invecchiando e la morte diventa sempre più reale. Quando sei più giovane, la romanticizzi ma poi, inizia a succedere a persone a te care e all’improvviso diventa una cosa diversa. Ho 65 anni dice sono dove sono e le cose che contano per me non sono le cose che contavano vent’anni fa. Sono cresciuto nei gloriosi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, il mondo in cui sono nato stava migliorando gradualmente ogni anno di più. Sembrava di essere su una traiettoria ascendente e l’atterraggio sulla luna ne faceva parte. E poi da allora ha continuato a viaggiare verso il basso, questo è il nucleo dell’album, tutto ciò che è perduto. La scomparsa dei sentimenti positivi si questo martoriato pianeta non lo smentiscono di certo. Ma intanto in questo album ci hanno dato dentro in un affresco sonico che ci accompagna alla fine del mondo.
Buon ascolto Ulisse!

di Dario “Blues Man” Gozzi

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